di Simona Lancioni* (Informare un’H)

Se volgiamo avere qualche possibilità di vivere bene l’ultimo tratto della vita è necessario includere il futuro nei nostri orizzonti, ed includere il futuro vuol dire anche iniziare a occuparci di vecchiaia. Un rapporto di ricerca (il 5° su “L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia”), ed un romanzo (Piccoli esperimenti di felicità”, dello scrittore olandese HendrikGroen), possono aiutare a rompere il ghiaccio.

 

Gandalf

«…eh sì, oggi ci siamo, e domani non ci siete più!» irrompeva in scena una brava Paola Pasqui in uno spettacolo amatoriale, molti anni fa, a Livorno. Accolta dal pubblico con fragorose risate e qualche malcelato gesto scaramantico, l’insolente battuta sintetizzava, in modo particolarmente efficace, un atteggiamento fin troppo diffuso allora come oggi: il bisogno dimettere una distanza tra noi e la fragilità, l’imperfezione, la vecchiaia e la morte, come se solo attraverso questa rimozione fossimo capaci di pensarci integri. Sono sempre gli altri, ci raccontiamo, ad ammalarsi, ad invecchiare e a morire. E ci arrabattiamo per sembrare giovani, più giovani possibile, più a lungo possibile. Forse è anche per questo che il 5° Rapporto del Network per la Non Autosufficienza (NNA), “L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia”, sottotitolo “Un futuro da ricostruire”, pubblicato lo scorso novembre, non sembra aver riscosso un particolare interesse. Eppure avrebbe dovuto, se è vero che tutti e tutte speriamo di vivere a lungo. Ma non solo. Quello che probabilmente non abbiamo ancora ben compreso è che la vecchiaia ci riguarda ben prima di arrivare ad essere vecchi. Vi è una tendenza alla rifamilizzazione dell’assistenza, spiegano gli esperti interpellati nel Rapporto. Se nel modello di welfare italiano il lavoro di cura familiare è sempre stato centrale, nello scorso decennio potevamo contare su una maggiore tutela conseguente alla fase di espansione del sistema pubblico di Long Term Care (cure a lungo termine), mentre in quello in corso assistiamo ad un arretramento, che ha come conseguenza unaumento dei compiti di cura a carico delle famiglie, ossia a carico nostro (si veda, a tal proposito, la buona scheda di sintesi dedicata al Rapporto pubblicata nella banca dati di Condicio.it).

In Europa gli attuali sistemi sanitari, di assistenza sociale e pensionistici sono frammentati e non sostenibili. I servizi sociali e sanitari, spesso disconnessi tra loro, non sono costruiti in modo da poter soddisfare adeguatamente la sfida posta del cambiamento demografico in atto. E anche le attuali strutture di finanziamento sono, a detta dei tecnici, insostenibili. Già oggi i costi sociali ed economici del ritardo sono opprimenti. È necessario trovare e sperimentare soluzioni nuove e più flessibili, intervenire nei sistemi pubblici, privati, sociali e sanitari considerando il funzionamento del sistema nel suo complesso. Ma per poter far questo occorre che il tema dell’invecchiamento della popolazione entri nel dibattito pubblico e nell’agenda politica.

Tuttavia non è del tutto vero che di vecchiaia non ce ne occupiamo. I vecchi sono lenti, puzzano e brontolano, i vecchi danno fastidio, i vecchi sono cinici, tirchi ed egoisti, i vecchi sottraggono risorse ai servizi per le persone con disabilità e agli asili nido, i vecchi rubano il posto di lavoro ai giovani, oppure percepiscono una pensione che molto probabilmente alle ultime generazioni non spetterà mai… Sono tanti gli stereotipi ed i pregiudizi riguardo agli anziani, e spesso, purtroppo, sfociano in ageismo (dall’inglese ageism), una forma di discriminazione basata sull’età. Se nell’immaginario fantasy Gandalf “il Grigio” (ma anche Gandalf “il Bianco”) incute rispetto e riverenza anche, e soprattutto, in ragione dell’età avanzata – più età uguale più esperienza, più esperienza uguale più saggezza –, difficilmente lo stesso sguardo sarà riservato all’anziano che rallenta la fila al supermercato o alla posta. Improbabile trovare, in queste circostanze, qualcuno che, invece di scocciarsi, spenda fiato per far notare che in molti casi sono state proprio le pensioni degli anziani l’ammortizzatore sociale che ha impedito alla crisi economica di divenire più drammatica di quanto sia stata, ed ancora è; oppure che ringrazi, perché senza i nonni che accudiscono i nipoti, il già basso tasso di natalità italiana,sarebbe ancora più basso (Istat, Italia sempre più ‘vecchia’: crollo delle nascite, oltre 44 anni l’età media, La Repubblica.it, 15 giugno 2015).

 

Esiste un modo intelligente, ma meno asettico dei rapporti di ricerca, per parlare di vecchiaia? Lo ha trovato, a suo modo, Hendrik Groen, in “Piccoli esperimenti di felicità” (Longanesi, 2015). Strutturato in forma di diario, e ambientato in un ospizio per anziani di Amsterdam, il romanzo dello scrittore olandese racconta in prima persona il 2013 dell’ottantareenne protagonista, che porta lo stesso nome del suo ideatore. Non è un testo rassicurante o consolatorio sull’invecchiare. E neppure un testo che rivela il significato profondo della vita (ammesso che ce ne sia uno). È un testotrasparente ed onesto che racconta la vecchiaia consguardo disincantato. Non nasconde niente delle difficoltà che l’età avanzata può portare con sé (il protagonista, ad esempio, ha problemi motori e di incontinenza), e anche dell’insofferenza nei confronti di altri anziani («Anche quest’anno i vecchi continueranno a non piacermi.» è l’incipit del romanzo), ma parte dal presupposto che «nella vita bisogna avere progetti, o per lo meno fare esperimenti». Questa premessa induce il protagonista a decidere due cose: sondare con il proprio medico la possibilità di ricorrere all’eutanasia, e concedersi un anno di tempo per decidere se farvi ricorso. In quell’anno fonda, assieme a pochi e selezionatissimi amici, il club dei Vecchi ma mica morti (in sigla Vemamimo) con il quale organizza diverse attività fuori dall’ospizio (un workshop di cucina, una visita al casinò, un corso di tai chi, ecc.). L’amicizia, il gusto di stare e fare le cose assieme, la solidarietà ed il sostegno reciproco diventano, senza mai scadere nel “melò”, i tratti pregnanti di una narrazione innervata di acuta ironia. Qualche esempio per farsi un’idea.

«Uno dei momenti più emozionanti della giornata: il toto-dolcetto quotidiano. L’altro ieri e, per l’appunto, ieri ci hanno servito frittelle rafferme, sia con il caffè che con il tè, perché mica buttiamo via il cibo “noi”. Piuttosto ci strozziamo.» (giovedì 3 gennaio).

«Ieri è stata una serata Google molto piacevole. Evert lo pronuncia Gogol, e ora ci sono diversi ospiti convinti che stiamo seguendo un corso di teatro russo. Ci è stato chiesto dove ci esibiamo. La replica di Greame: “Al giardino dei ciliegi”.» (domenica 24 febbraio).

«Ieri per il nostro ospizio è stata una giornata campale: un ictus, una frattura all’anca e un principio di soffocamento per colpa di un frollino.» (domenica 14 aprile)

«Le analisi delle notizie del mondo al nostro tavolo del caffè non brillano per finezza e la capacità di giudizio non ha troppa rilevanza. Lo stesso vale, del resto, per le insignificanti notizie locali. Si è levato lo sdegno ieri, quando il negozio di sotto ha chiuso per lutto. Uno scandalo, non poter compare per un intero giorno cracker al formaggio e lacca per capelli. Condizioni da Europa dell’Est! Per un funerale mezz’ora di chiusura è più che sufficiente! Lo stesso negozietto il cui assortimento entrerebbe in tre scatoloni, e che loro hanno sempre maledetto perché il liquido per wc costa venti centesimi più che al Dirk van den Broek.» (venerdì 24 maggio)

«La signora Aupers è nuova. Ogni mattina, sul tavolo del caffè, legge ad alta voce tutti i necrologi del giornale. Sono curioso di vedere chi sarà il primo a commentare. Non a tutti fa piacere iniziare la giornata in un modo così allegro. C’è anche qualche altro ospite che subisce il fascino dei defunti. A ogni decesso li vedi che pensano: e anche questo l’ho seppellito.» (lunedì 24 giugno)

Letteratura, si dirà. Letteratura, certo. Ma a cosa serve la letteratura se non a creare un immaginario che prima non esisteva? E non è forse l’immaginazione la potente molla che spesso ci induce ad interessarci a qualcosa o a qualcuno? Groen, lo abbiamo già detto, non nasconde niente della vecchiaia, non indora la pillola, eppure riesce a mantenere uno sguardo pulito, a scegliere l’angolatura da cui guardare a quella condizione. La sua opera è tutto fuorché deprimente.

La verità? La verità è che non abbiamo molta scelta: se vogliamo avere qualche possibilità di vivere bene l’ultimo tratto della vita è necessario includere il futuro nei nostri orizzonti, ed includere il futuro vuol dire anche iniziare a occuparci di vecchiaia.

* Responsabile del centro Informare un’h – Peccioli.

 

Per approfondire:

L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. 5° rapportoUn futuro da ricostruire, a cura del Network Non Autosufficienza, Santarcangelo di Romagna (RN), Maggioli, 2015.

5° Rapporto del Network Non Autosufficienza, Condicio.it, 2 dicembre 2015.

Maria Rita Montebelli, Anziani. Nuovo studio Ocse: “Nel 2050 saranno 2,4 mld nel mondo. Oggi meno di 900 milioni. Ma in Italia sono già il 20% della popolazione”. L’allarme: “Sistemi sanitari non sono pronti”,Quotidiano sanità.it, 14 gennaio 2016.

Istat, Italia sempre più ‘vecchia’: crollo delle nascite, oltre 44 anni l’età media, La Repubblica.it, 15 giugno 2015.

Hendrik Groen, Piccoli esperimenti di felicità, collana La Gaja scienza, Milano, Longanesi, 2015.

Loredana Lipperini, Non è un Paese per vecchie, collana Serie Bianca, Milano, Feltrinelli, 2010.

 

Fonte