Quando parliamo di innovazioni tecnologiche o, più semplicemente, di grandi invenzioni, quelle cioè che hanno avuto l’onore ed il privilegio di cambiare le sorti dell’umanità, siamo solitamente indotti a pensare a quegli straordinari marchingegni, frutto di menti plasmate da una fantasia eccezionale oltre che da una genialità indiscutibile, che riempiono le pagine più autorevoli della nostra storia.

Pagine intere, lunghissime, ricche di dettagli e curiosità. Pagine che ci raccontano tentativi e piccoli insuccessi, gioie e dolori degli uomini che, grazie alla loro opera rivoluzionaria, sono riusciti a conquistarsi un posto nell’Olimpo della scienza ed un’immortalità storica tutta personale. La macchina a caratteri mobili di Gutenberg ha scritto, letteralmente, il mondo avvenire, conferendo all’umanità quelle fondamenta narratrici della loro storia, delle loro battaglie quotidiane, e delle numerose difficoltà incontrate nell’arduo cammino che ci ha condotto fin qua, precisamente a questo punto.

Scrivere la storia, nel caso delle presse di Norimberga, non ha mai avuto un significato più autentico e letterale, quale testimonianza del passaggio dell’uomo sulla terra assieme alle colossali opere architettoniche sparse sul globo terrestre che, con una certa implicita superbia, vediamo svettare piene di magnificenza verso il cielo, quasi a sottolineare con forza maggiore la loro presenza – e la nostra con esse.

Opere che sopravvivono ai loro autori, o artisti, sono un po’ come figli che sopravvivono ai propri genitori, incaricati del gravoso fardello di essere latori al mondo avvenire del grande impegno che ha reso possibile la loro esistenza.

La storia dell’ingegno umano ci ha offerto una gamma vastissima, inquantificabile, di opere, invenzioni ed innovazioni che hanno rivoluzionato radicalmente la nostra vita quotidiana – delle quali la macchina di Gutenberg è solo un esempio, forse il più emblematico da un punto di vista prettamente logistico ed il fatto di aver realizzato, di conseguenza alla sua nascita, numerose altre innovazioni – rendendola più semplice, meno faticosa e notevolmente più comoda.

Dalle presse di Gutenberg alle prime locomotive a vapore, dai primi sistemi agricoli organizzati risalenti al neolitico all’agricoltura meccanica (e, volendoci spingere ancora più avanti, che dire della nuova tendenza all’agricoltura biologica, che pur non facendo uso di pesticidi e sostanze chimiche riesce comunque ad offrirci frutta e verdura fresca e controllata, tutt’altro che nociva alla nostra salute), dal telegrafo ai sofisticati iphone della Apple, dalla Bomba di Turing ai computer e tablet che hanno reso l’intervento dell’uomo quasi superfluo. La lista che potremmo redarre in tal senso sarebbe troppo lunga, ed il tempo per farlo sempre troppo ridotto. Tuttavia la scienza è fatta anche da altre invenzioni, piccoli capolavori che restano un po’ ai margini rispetto al chiasso assordante delle grandi rivoluzioni tecnologiche, sovrastate dalla loro eco, ma tutt’altro che irrilevanti.

Tali opere realizzano cambiamenti più silenziosi, più sottili, si insinuano nella vita di tutti i giorni in maniera quasi impercettibile, attente a non farsi notare: piccole grandi invenzioni di stampo più casalingo, per così dire, capaci non di cambiare le sorti dell’umanità ma di agevolarne notevolmente le quotidiane difficoltà con le quali essa può imbattersi. E proprio perché la loro eco non raggiunge eguale vastità rispetto alle grandi invenzioni foriere di rivoluzioni, è giusto, anzi doveroso concedere loro quel giusto spazio e la risonanza che meritano. Il mio articolo è volto a presentare, ed elogiare nel miglior modo possibile, proprio una di queste piccole, grandi invenzioni di tutti i giorni.

Un’invenzione che ha lo scopo di agevolare gli uomini in uno dei suoi eterni problemi, esistente ed assillante fin dalla notte dei tempi: lo spostamento, e nella fattispecie l’orientamento. I primi sistemi orientativi gli uomini li hanno tratti dalle stelle, laddove il cielo ha costituito per secoli interi quella fedele mappa naturale mediante la quale capire la propria posizione e, osservando la posizione degli astri, potersi orientare con una certa sicurezza verso la meta desiderata.

Capire la propria posizione, e sapersi in base ad essa orientare, è fondamentale laddove non si disponga di altri elementi ai quali fare riferimento; se il viaggio via terra consente bene o male di muoversi all’interno di aree ben delimitate e ricche di dettagli, come strade e sentieri, il viaggio via mare diventa sotto questo punto di vista un tantino più complicato, e notevolmente più arduo. In mare non ci sono strade o sentieri, non esistono traiettorie né punti fermi, se non, appunto, le stelle.

Se gli uomini non avessero imparato a leggere il cielo, questa sublime entità che si staglia sopra di noi e ci sovrasta, forse non sarebbe mai riuscito ad andare più in là dei propri confini.

Oggi non abbiamo più bisogno di consultare il cielo per orientarci in luoghi a noi stranieri, come non abbiamo più bisogno di bussole, meridiane o cartine stradali: il navigatore satellitare assolve perfettamente a questa, tutto sommato, banale difficoltà. Il navigatore ci dice in tempo reale dove ci troviamo, localizzandoci, e ci suggerisce, su richiesta, una serie di percorsi per raggiungere la meta preposta, guidandoci a destinazione dall’inizio alla fine fornendoci tutte le indicazioni possibili.

Il navigatore – è la frase ricorrente – può fare praticamente tutto, o quasi. Il navigatore può fare invero molte cose, fra le quali la semplificazione della vita nella caotica giungla urbana con la quale dobbiamo quotidianamente combattere, tra vie nascoste, lavori in corso e deviazioni impreviste. Queste sono le principali, e le più basilari, funzioni per le quali sentiamo la necessità di ricorrere al navigatore; e tuttavia ve ne sarebbero moltissime altre cui sarebbe necessario trovare supporto, anche piccolo. Il grande dramma dei centri urbani più o meno grandi, fra le quali Firenze occupa senz’altro un posto di prestigio in cima alla classifica, è quello dei parcheggi.

Migliaia di macchine per una manciata di parcheggi, parcheggi che spesso vengono a costare uno sproposito. A Firenze nella fattispecie i parcheggi sono pura metafisica.

Quanti di noi hanno pensato, magari proprio mentre si viaggia alla ricerca disperata di un parcheggio con i nervi a fior di pelle, a quanto sarebbe bello avere qualcosa, un dispositivo, un’applicazione o un qualsiasi supporto tecnico, in grado di orientarci senza difficoltà e senza spreco di tempo al parcheggio a noi più vicino? E quanti hanno sognato un mondo in cui il problema della ricerca del parcheggio sia finalmente debellato, come il vaiolo? Forse, anche se lentamente, come per tutte le grandi piccole invenzioni di tutti i giorni, ci stiamo avvicinando a questo piccolo, e tuttavia importantissimo, traguardo.

Il Navigatore per Disabili assolve esattamente a questo tipo di problema, venendo incontro a chi, oltre al dramma parcheggio in città, si ritrova a dover combattere tutti i giorni una serie costante di battaglie per la conquista di quella stessa indipendenza ed autonomia che noi diamo per scontata, come una sorta di diritto naturale. Il suo funzionamento, come lo scopo per cui è stato creato, è semplicissimo, e proprio per questo ancor più grandiosa la sua creazione.

Il Navigatore, su richiesta dell’utente, vi localizza in tempo reale e, dopo un breve calcolo, vi fornirà in maniera altrettanto istantanea l’elenco completo dei parcheggi riservati a voi più vicini, indirizzandovi verso di essi come se anziché raggiungere un parcheggio stesse dirigendovi verso una meta preposta. Forse, il Navigatore per Disabili non troverà che un piccolo trafiletto nelle pagine della storia che deve essere ancora scritta, assieme a molte altre invenzioni stupefacenti passate però inosservate.

E tuttavia una tale creazione, proprio come tutte le piccole grandi invenzioni quotidiane – invenzioni che hanno conferito alla nostra esistenza quella tiepida comodità che le grandi, per quanto importanti dal punto di vista tecnologico, non sono state in grado di offrirci in senso pieno – avrà se non altro il merito non solo di rendere la città più vivibile, e meno ostile sotto l’aspetto puramente logistico, ma di impartire una lezione non indifferente di civiltà e buon senso, quello stesso buon senso che spesso alle nostre istituzioni viene a mancare (e mi asterrò dal citare lo scandalo del Nomenclatore che da ben diciassette anni attende l’aggiornamento, con tutta la serie di difficoltà che una tale mancanza comporta a quelle persone per le quali le piccolezze della vita costituiscono una conquista quotidiana per le quali combattere sempre, incessantemente).

Perché lo scopo primario della scienza è sì servire gli uomini, supportarli alleviandone le pene che la Natura, ineffabile ed enigmatica, ha dato loro in sorte, ma nessuna invenzione, nessuna nuova tecnica o innovazione sarà veramente tale se non intrinsecamente connessa alla missione di costruire un mondo complementare a quello esistente che sia realmente – come vagheggiavano certi sofisti – a misura d’uomo.