Il numero di persone che vivono in aree urbane cresce di circa 60 milioni all’anno. Di questo passo, nel 2050 il 66% della popolazione mondiale sarà concentrato nelle città: accumuli densi di persone, infrastrutture, edifici, consumi, spostamenti, lavoro, commercio e servizi.
In questo scenario entra in gioco l’assoluta necessità di una pianificazione urbana razionale, efficiente ed esente da sprechi energetici e spaziali, che ottimizzi il movimento, la somministrazione dei servizi, il controllo della sicurezza. In un momento in cui la connessione digitale fra persone e cose assume un ruolo di primo piano nel quotidiano, e con la una previsione per il 2020 di 30 miliardi di dispositivi connessi, è inevitabile cercare in Internet i nuovi strumenti per ripensare e riprogettare lo spazio urbano.

L’uso individuale dell’“Internet delle cose”,  o IoT – Internet of Things, non è certo più una novità, ma le sue applicazioni all’interno della comunità urbana stentano ad affermarsi. Non si tratta più solo di controllare al cellulare i dispositivi di sicurezza installati a casa propria, o di accendere le luci o il riscaldamento in remoto, ma di proiettare i bisogni individuali nella sfera più ampia della città, trasformandola in  un microcosmo di network interconnessi con l’obiettivo di soddisfare quei bisogni nel modo più razionale possibile. Un network dei network dove miliardi di connessioni possono creare opportunità  e rischi senza precedenti. Un ammontare di dati che, secondo le ricerche Cisco, per l’anno prossimo produrrà un traffico globale di circa 6,6 zettabyte. E siamo davvero appena all’inizio.

La TfL, l’azienda dei trasporti londinese, può contare su di un numero enorme di dati proveniente dalle Oyster card che vengono strisciate quando si sale su di un autobus o una metropolitana;  elaborandoli può tracciare in tempo reale i flussi globali e le rotte individuali, consentendo di rispondere ad urgenze con tempestività e inviare informazioni specifiche ai viaggiatori che frequentano determinate stazioni. Ma la città inglese prospetta a breve termine un’ulteriore amplificazione delle connessioni fra persone, edifici, mezzi e servizi grazie all’impianto di un nuovo network IoT, per ora limitato ad un’area di test compresa tra Buckingham Palace, il Parlamento e la Torre di Londra, con ritorni economici attesi per 365 milioni nel 2018.

Negli Stati Uniti, alcune piattaforme digitali sono già in grado di comparare prezzi e percorsi di mezzi diversi, pubblici o privati, come treni, bus,  taxi, car sharing, ride sharing e anche noleggio bici o bike sharing; diverse app forniscono informazioni sul parcheggio libero più vicino o sulle stazione della metropolitana più intasate. Guardando più in là è però possibile immaginare di connettere maggiormente queste informazioni e di poter trovare quindi il parcheggio libero più vicino alla stazione meno congestionata, con un treno in partenza che conduca ad una postazione per il bike sharing dove sia disponibile una bici al proprio arrivo. In questa nuova connessione fra servizi digitalizzati e aspettative liquide dell’utente sta la forza deiLiving Services, strumenti che superano l’Internet delle cose aprendo una nuova era nella progettazione dei servizi. È questo, secondo il recentissimo rapporto di Accenture, l’inizio di una nuova era: una terza ondata del digitale che avrà ricadute importanti in tutti i campi del quotidiano, con l’urbanità al primo posto.

Nel campo della mobilità, l’eliminazione della preoccupazione per l’errore umano che dovrebbe derivare dall’attuale reinvenzione delle automobili nell’ottica della loro completa autonomia, permetterebbe al progettista di mettere al primo posto l’uomo – e non l’auto – nel ridisegno delle strade: invece di ampliare le carreggiate, le si potrà ridurre al minimo, così da ridurre i tempi (e aumentare la sicurezza) per il loro attraversamento, lasciando più spazio alla pedonalità e alle piste ciclabili.

Per quanto riguarda il costruito, invece, se consideriamo l’impatto degli edifici sulla qualità dell’aria di città, si avrebbero chiari benefici dall’installazione di sensori che raccogliessero dati sulle emissioni o sull’efficienza energetica di un determinato edificio. Ma se poi scalassimo i dati ottenuti in un singolo edificio a livello di quartiere o di un’intera città, saremmo in grado di ottenere un potente strumento per rispondere efficacemente ai bisogni dell’abitato. Inoltre l’installazione di sensori negli impianti elettrici, nei tubi delle acque, del riscaldamento, del condizionamento, negli impianti d’illuminazione e nei sistemi di gestione dei rifiuti potrebbe avvertire con  anticipo della necessità di riparazioni e permettere la riduzione dei costi in bolletta.

Per rispondere alle esigenze di ottimizzazione dei tempi e di risparmio economico nel campo dei servizi mobili per lo smaltimento rifiuti, la  startup finlandese Enevo ha progettato un sistema di sensori wireless che registrano il livello di riempimento dei bidoni dell’immondizia, che quindi  potranno essere svuotati solo se realmente pieni: viene così definito in tempo reale un piano di mobilità che calibra i percorsi dei mezzi di raccolta, con risparmio di tempo, carburante e distanze di percorrenza.

L’illuminazione delle strade, che in Europa costa più di 10 miliardi di euro e produce circa 40 miliardi di tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, potrebbe essere ricalibrata tenendo spente le fonti luminose quando le strade sono vuote. Già progettato, aspetta solo di essere applicato un sistema che traccia veicoli e persone, accendendo i lampioni nelle strade più vicine a quelle in cui si sta passando. Un sistema di tracciamento simile potrebbe incrociare gli spostamenti dei pedoni con gli acquisti nei negozi; i dati ottenuti potrebbero essere usati per migliorare la distribuzione dei servizi nei centri città, come la mobilità pubblica, la disponibilità di parcheggi e la modulazione delle loro tariffe, così da dare ai negozi reali la possibilità di competere con quelli virtuali, e garantire la vivacità del centro cittadino.

Non sono certo ricerca e innovazione, quindi, a frenare l’applicazione dell’Internet of Things alla città. Il motivo è, neanche a dirlo, sostanzialmente economico. E anche politico, vista la grande quantità di attori in gioco: dall’amministrativo, al governante, al progettista, all’investitore, al commerciante, al fornitore di servizi. Ma forse il muro più resistente alla penetrazione dello IoT nello spazio urbano è quello della sicurezza: della gestione fisica di un enorme ammontare di dati dei quali non sempre si è in grado di garantire l’anonimità.

di Chiara Mezzalira

(Fonte: IL BO)