Alzi la mano chi ha mai visto un falso iPhone o un falso Galaxy S7. La risposta è abbastanza scontata, nessuno, tranne forse rari casi di prodotti importati dalla Cina o foto online. Eppure, se diamo credito ad una relazione dell’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale, nel 2015 le mancate vendite in Italia a causa della contraffazione di smartphone sono state stimate in 885 milioni di euro, con un mancato guadagno pari al 15,4% per l’industria legittima.

Un dato che appare incredibile se si guardano i numeri, ma ancora più assurdo se si pensa che il prezzo medio di uno smartphone in Italia è di circa 200 euro e che quindi, partendo dalla cifra vicina al miliardo, sarebbero circa 4.4 milioni gli smartphone venduti “contraffatti” nel nostro Paese: numeri da vera emergenza.

È evidente a questo punto che qualcosa non torna in questi numeri, ed è proprio per questo motivo che abbiamo chiesto a Carolina Arias Burgos, una delle autrici del report, cosa si intende per smartphone contraffatti, come sono stati ricavati questi dati e soprattutto se esistono dati rilevanti a supporto del report. Trattandosi dell’Ufficio per la proprietà intellettuale europeo in un primo momentoabbiamo creduto che con il termine contraffazione venissero indicati smartphone di origine asiatica non in regola con brevetti e proprietà intellettuali (le patent litigation potrebbero effettivamente giustificare le cifre); ma – a quanto ci dice l’autrice del report – non è affatto così.

Le dispute di brevetti tra le aziende non sono considerate nel report – ci dice Carolina Arias Burgos –. Per smartphone contraffatto si intende uno smartphone venduto illegalmente con un brand che non è di proprietà di chi lo ha prodotto (un clone di iPhone o di Samsung Galaxy per esempio, ndr) e che quindi violano sia brevetti sia il design. Crediamo che questi smartphone siano venduti online, ma non solo

Ma dove sono appunto questi 4.5 milioni di smartphone contraffatti? Considerando la bontà e la qualità raggiunta da prodotti di fascia entry, oggi comprarsi un clone di un iPhone o di un altro smartphone famoso è un gesto folle e sconsiderato, ed effettivamente anche controllando notizie di sequestri di materiale contraffatto nel nostro Paese abbiamo trovato borsette, vestiti e beni di altro tipo ma per gli smartphone solo qualche raro riscontro di poche centinaia di pezzi, numeri decisamente diversi da quelli che report. Unico caso in luce quello degli smartphone Samsung sequestrati “arditamente” a Vicenza, una storia che tuttavia non ha nulla a che fare con la contraffazione.

Abbiamo quindi chiesto all’EUIPO di darci qualche elemento in più, e soprattutto abbiamo cercato di capire come sono state calcolati i risultati dello studio.

Abbiamo stimato il numero basandoci sulle vendite reali e su quelle stimate, e in base ad una serie di parametri abbiamo calcolato, partendo dalle mancate vendite in ogni Paese, la percentuale derivante dalla contraffazione”.

Leggendo con attenzione la metodologia del report appare evidente che i numeri sono poco più che stime statistiche, modificate e corrette pesantemente con criteri del tutto arbitrari; come parametro base per l’Europa sono stati acquisti i dati GFK come riferimento per gli smartphone venduti. Dati statistici, questi, raccolti su un campione e proiettati sul totale, non certo privi di errore. Il secondo parametro è il numero di smartphone che in Italia si sarebbero potuti vendere nel 2015: qui è stato preso il dato della GSMA Association, un’altra stima che sicuramente è tutt’altro che precisa e che soprattutto non necessariamente si basa sulle stesse ipotesi e sullo stesso canale tracciato da GFK.

L’elemento più paradossale di tutto il report però è il modo in cui è stata calcolata la percentuale di contraffazione sulle mancate vendite: l’EUIPO ha scritto una formula per calcolare la “propensione di un paese alla contraffazione” utilizzando parametri come la Corruption Perception Index (CPI), l’Intellectual Property Right Index e il Worldwide Governance Indicators, un dato che racchiude per un Paese valori come il controllo della corruzione, il tasso di legalità e l’efficienza del governo.

La conclusione è semplice: i 4.5 milioni di smartphone contraffatti che secondo l’EUIPO sono stati venduti in Italia sono il frutto di un calcolo matematico senza una sola prova dell’effettiva esistenza del problema, e di conseguenza non esiste neppure il miliardo di danno stimato procurato dalla contraffazione. Una ricerca basata sul nulla, con dati statistici e senza un riscontro oggettivo: associando alcuni parametri ininfluenti per il mercato degli smartphone ad alcune stime di vendita l’EUIPO è riuscita a costruire un altro luogo comune per il nostro Paese: dopo pizza, mafia, pasta e mandolino siamo pure il paese europeo con il più alto tasso di contraffazione, questo grazie a 4 milioni di iPhone e Galaxy “fantasma”.

Praticamente è questo il modo di ragionare dell’ente europeo: gli italiani sono naturalmente propensi alla corruzione e hanno un governo non stabilissimo; gli smartphone venduti nel 2015 sono meno di quelli che l’industria avrebbe previsto. Quindi ne discende – con un sillogismo acrobatico –  che è certo che una percentuale degli smartphone scomparsi siano contraffatti e venduti non attraverso i canali regolari. Un ragionamento decisamente dubbio. Cosa ben diversa sarebbe se si fossero valutati i flussi intracomunitari di merce finalizzati al “lavaggio” dell’IVA, fattispecie tutt’altro che rara e che richiederebbe – questa sì – un’analisi attenta e anche l’estensione della reverse charge sull’IVA, come già fatto sui tablet e sui PC.

La vicenda potrebbe essere archiviata come una ricerca bizzarra e chiaramente sbagliata. Invece c’è un fattore ben più grave: la ricerca è stata finanziata e condotta da un’agenzia dell’Unione europea, un ufficio che vive di denaro pubblico: qualcuno in Spagna, dove ha sede l’EUIPO, deve probabilmente giustificare l’esistenza dell’ente stesso o sta cercando popolarità ingigantendo un fenomeno che, ammesso che esista, è del tutto marginale. E questa ci sembra la più grande contraffazione di tutta questa vicenda.

(Fonte: dday.it – Roberto Pezzali)