In un articolo pubblicato sul Guardian di ieri, 12 marzo, Tim Berners-Lee (foto), inventore del world wide web e fondatore del World Wide Web Consortium (W3C), cerca di descrivere l’attuale punto di evoluzione del più diffuso mezzo di comunicazione al mondo ed elenca tre problematiche, a suo avviso pressanti, per il futuro che lo attende.
Secondo Berners-Lee, il mondo online sta manifestando oggi “tre nuovi trend, che secondo me dovremmo fermare per poter permettere al web di raggiungere il suo vero potenziale di strumento che possa servire all’umanità”.
In primo luogo, l’ex ricercatore del CERN parla di dati personali: una questione sempre più dibattuta e controversa, sulla quale Berners-Lee sottolinea che diversi modelli di business online si basano ormai sulla cessione di dati personali degli utenti i quali possono così accedere a contenuti gratuiti; il problema sarebbe che, i contratti sottoposti all’accettazione per il trattamento dei dati, sono caratterizzati da “lunghi e confusi termini” e alla fine, vengono accettati perché “fondamentalmente non ci dispiace che alcuni dati su di noi vengano raccolti, se in cambio abbiamo servizi gratuiti”.
Il problema, continua Berners-Lee, è che, con questo sistema, “perdiamo i benefici che potremmo avere se avessimo controllo diretto sui nostri dati e su quando condividerli e con chi”.
Al problema già noto della privacy, discusso ormai da diversi anni, si aggiunge, secondo Berners-Lee, quello delle notizie false: come in molti cercano di far comprendere (spesso senza successo), la questione non è (come i disinformatori di professione cercano spesso di far credere) che il web ha creato le fake news, ma piuttosto il fatto che faccia loro da enorme cassa di risonanza; questo è possibile perché, i siti che producono le cosiddette bufale, “scelgono cosa mostrarci in base ad algoritmi che si basano sui nostri dati personali, che vengono continuamente esaminati” – ricollegandosi quindi al punto precedente – e creano così i famosi walled garden, e dunque “attraverso la scienza dei dati e eserciti di bot, le loro cattive intenzioni possono fregare il sistema e spargere disinformazione, con fini economici o politici”.
Infine, Berners-Lee solleva una questione della quale non si discute molto ma che, probabilmente, diventerà centrale nel prossimo futuro: si tratta della pubblicità politica sul web che starebbe diventando una “sofisticata industria”, cosa ovvia dal momento che “la maggior parte delle persone si informa sul web attraverso una manciata di siti, di social network e di motori di ricerca”.
In Italia, a titolo di esempio, abbiamo vissuto un boom di pubblicità online, soprattutto via social network, in occasione del referendum dello scorso dicembre.
Il problema è che “le pubblicità targhettizzate permettono a una campagna politica di dire cose completamente diverse, anche possibilmente in conflitto tra loro, a gruppi diversi”, in pratica diversi contenuti per diversi walled garden.
Secondo Berners-Lee (ma è abbastanza ovvio) queste problematiche sono molto complesse e necessitano di un lungo lavoro per poter essere risolte; sicuramente, sarà necessario spingere i giganti del web a restituire all’utenza il controllo sui propri dati personali, non con lunghi contratti da accettare che sembrano scritti appositamente per non essere compresi (come quasi insito nella natura stessa dei contratti) ma con sistemi come i data pods personali, cioè sistemi (come quello recentemente creato da Google) che consentono all’utente di scegliere quali informazioni personali o quali abitudini di navigazione, acquisto e affini condividere e quali no.
Sarebbe inoltre necessario, continua Berners-Lee, “esplorare modelli alternativi per il guadagno da parte dei siti, come per esempio gli abbonamenti e i micropagamenti”, in modo da ridurre o (preferibilmente) eliminare l’impatto che i click hanno sull’aspetto economico dell’attività; la disinformazione, però, va combattuta anche con l’aiuto di colossi come Google o Facebook, che dovrebbero “proseguire nei loro sforzi per affrontare il problema, evitando allo stesso tempo di creare un organo centrale che possa decidere cosa è vero è cosa non lo è”, che altrimenti sarebbe censura (con buona pace di Pitruzzella).
Infine, la necessità di chiudere quello che Berners-Lee definisce “il punto cieco di internet nella regolamentazione delle campagne politiche” deve essere risolto il prima possibile, ma sul tema non suggerisce alcuna possibile strada da percorrere.

(Fonte: newslinet.it)